Archivio degli autori Fabrizio

14 Giugno 2024

Donne vivono più degli uomini, uno studio spiega il gender gap della longevità

14 giugno 2024 – Le donne vivono più a lungo degli uomini. E questo gap nell’aspettativa di vita non è prerogativa del genere umano. Questa tendenza a una maggiore longevità la si osserva nelle quote rosa di una vasta gamma di animali. Gli scienziati si sono chiesti perché e una teoria formulata dai biologi è che la discrepanza nella lunghezza della vita femminile e maschile possa essere in qualche modo, almeno in parte, collegata alla riproduzione. Ma come? Per scoprirlo un team di ricercatori dell’università di Osaka ha deciso di mettere sotto la lente l’invecchiamento del killifish turchese, un pesciolino d’acqua dolce noto per una caratteristica: la sua è un’esistenza ‘lampo’, fra le più brevi che si registrano nei vertebrati. Si parla di “pochi mesi di vita”, spiegano gli autori del lavoro pubblicato su ‘Science Advances’, mentre la maturazione sessuale in genere avviene in appena “un mese”. E, come negli esseri umani, anche nella comunità di questi pesci le femmine vivono più a lungo dei maschi.

Studiando il ‘Nothobranchius furzeri’ – questo il nome scientifico del killi turchese – i ricercatori giapponesi hanno scoperto per la prima volta che le cellule germinali, cioè le cellule che si sviluppano in ovuli nelle femmine e in spermatozoi nei maschi, determinano differenze nella durata della vita – dipendenti dal sesso – negli animali vertebrati. Quando infatti il team ha rimosso le cellule germinali dai pesciolini ‘arruolati’ nella ricerca ha osservato che sia i maschi che le femmine avevano una durata di vita simile. “I killifish maschi vivevano più a lungo del solito e la durata della vita delle femmine si accorciava”, spiega l’autore principale Kota Abe. “Volevamo capire come le cellule germinali potessero influenzare” gli esemplari di entrambi i sessi “in modo così diverso”, praticamente opposto. “Il nostro passo successivo è stato quello di indagare sui fattori responsabili”.

Gli studiosi hanno scoperto che la segnalazione ormonale era molto diversa nelle femmine rispetto ai maschi. Le femmine di killifish senza cellule germinali avevano una segnalazione significativamente inferiore di estrogeni, il che può ridurre la durata della vita aumentando il rischio di malattie cardiovascolari. Le femmine avevano anche una segnalazione significativamente maggiore del fattore di crescita insulino-simile 1. Questo ha fatto sì che le pescioline diventassero più grandi, sopprimendo allo stesso tempo i segnali all’interno del corpo importanti per mantenere la salute e rallentare l’invecchiamento. Al contrario, i killifish maschi senza cellule germinali avevano migliorato la salute dei muscoli, della pelle e della struttura ossea. È interessante notare, dicono gli esperti, che questi pesci avevano quantità maggiori di una sostanza che attiva la vitamina D, oltre a prove di segnali di vitamina D nei muscoli e nella pelle. Anche la vitamina D può essere considerata un ormone, osservano gli autori dell’ateneo nipponico. Mentre è ben noto il suo ruolo nel mantenere le ossa forti e sane, questa sembra avere anche effetti positivi più ampi su tutto l’organismo. I risultati del team giapponese hanno dunque evidenziato la possibilità che la vitamina D migliorasse la longevità. E seguendo questo ragionamento gli esperti hanno deciso di verificare se un integratore di vitamina D avrebbe potuto aumentare la durata della vita dei pesci.

 

14 Giugno 2024

Oncologia: al via l’accordo tra associazione APEO e confederazione CNA

14, giugno 2024 – Firmato nella sede nazionale di CNA (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa) un accordo di partenariato tra CNA e APEO (Associazione Professionale di Estetica Oncologica). E’ stata così ufficializzata la collaborazione per giungere al riconoscimento istituzionale e giuridico della figura dell’Estetista Specialista in Estetica Oncologica. L’attività di estetica negli ultimi anni sta registrando, infatti, una crescita notevole di domanda di servizi estetici dedicati a persone in condizioni di fragilità, generalmente sottoposti a trattamenti sanitari, tra cui le cure oncologiche. La firma del nuovo accordo è avvenuta lo scorso 3 giugno a Roma.

Perlita Vallasciani, Presidente Nazionale CNA Estetiste, firmataria dell’Accordo insieme alla dott.ssa Carolina Redaelli, Presidente di APEO, pone l’accento sul fatto che l’esecuzione di trattamenti estetici su questi pazienti necessita di attenzioni e conoscenze specifiche, tali da garantire al cliente una qualità del servizio che tenga conto della sua particolare condizione. Proprio da qui, nasce la necessità di offrire supporto agli operatori estetici e adeguate tutele ai cittadini attraverso la definizione di un quadro regolatorio che preveda alti standard formativi e renda più agevole e efficace il rapporto di relazione con il mondo medico scientifico per una proficua integrazione tra benessere estetico e cura.

“Siamo davvero entusiasti di questa importante collaborazione che rappresenta un passo decisivo verso il riconoscimento istituzionale della figura della Specialista in Estetica Oncologica,” ha dichiarato la Presidente di APEO, Dott.ssa Carolina Redaelli. “Questo accordo permetterà di unire le nostre forze per promuovere attività mirate, migliorare la formazione specialistica e garantire supporto di alta qualità ai pazienti oncologici. Attraverso gli enti di formazione del sistema CNA, potremo infatti offrire percorsi di specializzazione avanzati, valorizzando ulteriormente la nostra professionalità e rispondendo in modo efficace alle esigenze di chi affronta il percorso oncologico. La presenza della Specialista in Estetica Oncologica certificata sarà quindi sempre più capillare sul territorio italiano, permettendoci di raggiungere un numero maggiore di strutture e pazienti. Ricordando il nostro obiettivo comune che è quello del miglioramento della qualità di vita del paziente in terapia oncologica”.

La firma di questo accordo rappresenta una tappa importante di un percorso iniziato nel 2022 con l’approvazione della prassi di riferimento UNI (UNI/PdR 130:2022) che definisce i requisiti di conoscenze e abilità dello Specialista in Estetica Oncologica, il quale opera al servizio di persone sottoposte a terapie oncologiche al fine di migliorarne la qualità della vita.

Lo Specialista in Estetica Oncologica è, dunque, un professionista del settore del benessere che opera secondo i requisiti e i limiti previsti dalla legge n. 1 del 1990 e che effettua esclusivamente i trattamenti estetici previsti dalla normativa di settore.

“Questo accordo conferma l’importanza del percorso intrapreso dieci anni fa, basato su scientificità, metodo e preparazione, per valorizzare la figura della Specialista in Estetica Oncologica. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di ottenere un riconoscimento giuridico e professionale da parte di organismi internazionali. L’alleanza con le associazioni di categoria, in particolare CNA, ci dà fiducia e ci rende ancora più determinati nel proseguire questo cammino, non privo di difficoltà, ma sostenuto con coraggio da noi e da tutte le specialiste pioniere che hanno scelto di seguirci.

Con questo spirito e con il bagaglio di esperienze accumulate, siamo pronti a intraprendere l’ultima tappa che porterà al riconoscimento normativo della figura della Specialista in Estetica Oncologica con la norma UNI.” ha dichiarato Valter Andreazza, Segretario Generale di APEO.

Proprio allo scopo di offrire un percorso formativo che risponda pienamente ai requisiti definiti nella Prassi UNI e sia in assoluta sintonia con le norme di settore, l’accordo di partenariato, attraverso il coinvolgimento della Fondazione Ecipa, consente alle strutture CNA presenti sul territorio di erogare attraverso i propri enti di formazione percorsi di specializzazione SEO (Specialista di Estetica Oncologica).

Giuseppe Vivace, Direttore della Fondazione Ecipa, sottolinea che l’accordo potrà rappresentare un importante riferimento per gli enti di formazione e per l’accrescimento di conoscenze e competenze sempre più necessarie in un settore come quello dell’estetica che sta vivendo dei progressi molto importanti e che da sempre presenta una elevata propensione alla formazione.

Il prossimo obiettivo, concludono Vallasciani e Redaelli, sarà quello di proseguire, congiuntamente con UNI e con le altre organizzazioni presenti al tavolo di lavoro, alla trasformazione della Prassi UNI in Norma Tecnica, nell’ottica di garantire, come fatto finora, un’efficace integrazione di competenze, ruoli e responsabilità delle parti coinvolte, offrire agli operatori del settore percorsi di formazione all’avanguardia e favorire la migliore tutela possibile ai cittadini.

13 Giugno 2024

Tumore dello stomaco, oltre 15mila nuove diagnosi l’anno in Italia

Nel tumore dello stomaco, e della giunzione gastro-esofagea, è assolutamente necessario garantire l’accesso ai trattamenti innovativi e lo stesso standard di cura a tutti i pazienti. In totale le nuove diagnosi l’anno sono oltre 15mila e l’assenza di terapie specifiche, soprattutto per gli stadi avanzati, è un importante bisogno insoddisfatto. La ricerca ha però reso disponibili nuovi farmaci che rappresentano una grande speranza per malati e caregiver. Bisogna però rendere sostenibili sia i costi dei test diagnostici che quelli per le cure stesse.  E’ quanto emerge oggi durante un Expert Meeting sulla patologia oncologica a cui partecipano medici specialisti, istituzioni, associazioni di pazienti e altri professionisti del settore. L’evento si svolge a Roma ed è promosso e realizzato da ISHEO (Integrated Strategies for Health Enhancing Outcomes). Rientra nel progetto Target Therapy Networks, realizzato con il contributo non condizionante di Astellas Pharma S.p.A. Si pone l’obiettivo di lavorare, attraverso un network multi-specialistico, per aumentare la consapevolezza sugli attuali bisogni insoddisfatti dei pazienti. Propone inoltre interventi da attuare per una presa in carico globale dei malati e il miglioramento dei percorsi di diagnosi e cura.

“Di solito la sintomatologia si manifesta soprattutto negli stadi avanzati della malattia e ciò comporta diagnosi quasi sempre tardive – afferma il prof. Carmine Pinto, Direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica dell’AUSL – IRCCS di Reggio Emilia -. Dopo anni di stallo iniziamo a riscontrare significativi progressi grazie all’introduzione di innovativi regimi di terapia. Risulta indispensabile l’accesso, per i pazienti, ad un adeguato testing di campioni tumorali affinché si possa effettivamente ottenere anche le nuove cure”.  “E’ una neoplasia che presenta diverse sfaccettature a causa della sua complessa natura – prosegue il prof. Giovanni de Manzoni, Direttore del Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Odontostomatologiche e Materno-Infantili dell’Università di Verona -. E’ vitale riuscire ad individuare la corretta stadiazione e per ottenerla è importante una forte collaborazione multi-specialistica. L’innovazione tecnologica e l’evoluzione delle cure stanno portando nuove opportunità che vanno sfruttate al meglio”. “Lo studio delle alterazioni molecolari consente trattamenti più personalizzati ed efficaci – prosegue il prof. Matteo Fassan, Ordinario di Anatomia Patologica all’Università di Padova e Direttore della UOC di Anatomia Patologica – Ospedale Ca’ Foncello, ULSS2 Marca Trevigiana (Treviso) -. Da quest’analisi possiamo individuare una terapia a bersaglio molecolare alla quale affiancare i consolidati regimi di chemioterapia. In quest’ottica, l’anatomopatologo è una figura cardine nel team multidisciplinare per valutare quelli che sono i test immunoistochimici da effettuare. Le soluzioni per affrontare queste questioni non sono di facile fattura, richiedono enormi sforzi logistici e strategici, ma bisogna trovare le risorse per farlo, per il bene comune dei pazienti”.

Il carcinoma dello stomaco è il quinto tumore maligno più comune al mondo nel 2020 e rappresenta la quarta causa di morte per cancro. In Italia le persone che vivono con una diagnosi sono più di 82mila. “Affrontare e convivere con una malattia così importante è estremamente difficile, sia per il paziente che per il caregiver – sottolinea Claudia Santangelo, Presidente dell’Associazione pazienti “Vivere Senza Stomaco, Si Può ODV -. La nostra Associazione fornisce utili informazioni in modo tale da rendere maggiormente consapevoli i pazienti nella scelta del proprio percorso di cura”. “I costi reali di un singolo paziente possono essere diversi dalla somma delle risorse rimborsate dal servizio sanitario sulla base delle tariffe riconosciute – riferisce il dott. Davide Integlia, General Manager di ISHEO –. Se la differenza tra costi assorbiti e quelli rimborsati è elevata essa può costituire un ostacolo reale all’accesso effettivo alle nuove terapie”. “I rimborsi del servizio sanitario nazionale e i costi reali spesso purtroppo non coincidono – conclude il dott. Alberto Pasdera, Coordinatore del Comitato Scientifico del N.I.San. Network italiano sanitario -. E’ fondamentale capire che non può bastare l’innovazione scientifica e la tecnologica. C’è anche bisogno di risorse adeguate e di una corretta ripartizione delle stesse per un accesso uniforme ed equo all’innovazione. Così è possibile dare voce alla sostenibilità economica del sistema e garantire, ai pazienti tutto ciò che occorre per le nuove strategie terapeutiche, senza difformità regionali”.

11 Giugno 2024

TUMORE DEL SENO: IN ITALIA ATTIVE 194 BREAST UNIT CON PDTA

In Italia sono 194 le Breast Unit con percorso diagnostico-terapeutico assistenziale definito dalle Linee di Indirizzo del Ministero della Salute. Tuttavia, alcuni PDTA sono solo formalmente esistenti e non trovano un’operatività specifica, reale e uniforme su tutto il territorio nazionale. È questo il caso del PDTA del carcinoma metastatico o di quello relativo alla terapia neoadiuvante. Ogni paziente deve essere presa in carico da un team interdisciplinare di una Breast Unit che lavora all’interno di procedure, modalità e tempistiche stabilite proprio dai PDTA: in questo modo, si può arrivare a una riduzione della mortalità del 18% per carcinoma mammario. È questo l’appello lanciato in occasione della seconda edizione di “Cur A.R.T.E. Ascolto, Rete, Transdisciplinarità, Empatia”, un evento promosso dalla Fondazione IncontraDonna, che si svolge oggi a Roma nella cornice del Boscolo Circo Massimo. Il convegno ha lo scopo di illustrare in una rappresentazione quasi “teatrale” il percorso terapeutico avvalendosi dell’approccio fortemente comunicativo della metodologia della medicina narrativa. Lo “spettatore” può così apprendere cosa accade, o cosa dovrebbe accadere, durante il percorso di cura e di assistenza di una paziente. Attraverso gli interventi dei vari “attori” coinvolti (oncologi, chirurgi, radioterapisti, nutrizionisti, anatomopatologi, psiconcologi, genetisti) sono presentati al pubblico due casi di tumore mammario. Il primo affrontato è quello di una paziente sottoposta a terapia neoadiuvante, il secondo è invece relativo a una diagnosi di carcinoma metastatico. Ciascuna sessione è accompagnata dalla voce narrante di Flaminia Fegarotti, attrice, doppiatrice e donna che in prima persona ha vissuto la malattia. A conclusione di ciascuna delle due sessioni, la prof.ssa Marina Morbiducci evidenzierà alcuni aspetti del dispositivo narrativo impiegato e delle conseguenti implicazioni esistenti all’interno della relazione medico-paziente- caregiver nel cosiddetto approccio di shared decision making. Il convegno costituisce, infatti, un momento di formazione anche per pazienti e caregiver e nel pomeriggio sono previste delle attività a loro dedicate: la masterclass sulla comunicazione volta a favorire maggiore consapevolezza da parte della paziente, dei caregiver e dei familiari, seguita da quella sull’alimentazione per imparare a mangiare sano ma con gusto. Le attività avranno una forte impronta pratica, per dotare i partecipanti degli strumenti utili a gestire la loro vita nella quotidianità.

“Anche quest’anno abbiamo realizzato il convegno Cur A.R.T.E. partendo dai bisogni delle pazienti – afferma la prof.ssa Adriana Bonifacino, Presidente di Fondazione IncontraDonna- ed è così che abbiamo strutturato l’intera giornata. Momenti di formazione come questo contribuiscono a un importante cambio di paradigma: la paziente non è più “al centro” ma “protagonista attiva” del suo percorso terapeutico, è così in grado di comprendere e agire attraverso la reciproca condivisione di informazioni e la trasmissione di conoscenze. Una maggiore consapevolezza da parte della paziente, dei caregiver e dei familiari della natura del problema, dei pro e dei contro delle diverse opzioni terapeutiche e dei progressi nella medicina di precisione, porta a un miglioramento a tutti i livelli nella gestione del processo terapeutico. Allo stesso tempo, condividere feedback, ansie, dubbi e timori può aiutare il medico a migliorare il suo approccio e a offrire soluzioni terapeutiche sempre più adeguate.  “Il tumore al seno quando viene individuato precocemente e trattato con le terapie migliori può essere sconfitto nell’oltre 80% dei casi. Nell’ottica di una gestione più efficace e interdisciplinare delle pazienti, i PDTA svolgono un ruolo fondamentale, per questo ribadiamo con forza la necessità di una loro reale e maggiore attivazione e applicazione nel nostro Paese – prosegue il prof. Giuseppe Quintavalle, Commissario Straordinario dell’Azienda Sanitaria Locale Roma 1 -. L’assistenza alle pazienti, colpite da una malattia più curabile rispetto al passato, si sta facendo più complessa. Le strutture sanitarie devono sapere affrontare diversi aspetti del cancro sui quali la ricerca scientifica sta facendo luce. Per esempio, l’alimentazione può offrire un valido aiuto e migliorare la qualità della vita dei pazienti oncologici”.

“Nonostante il tumore al seno sia ancora molto diffuso, grazie ai progressi della medicina, le pazienti oggi possono guarire – aggiunge Francesco Rocca, Presidente Regione Lazio -. Abbiamo il dovere di accompagnarle in ogni fase della malattia: dalla diagnosi all’operazione, senza dimenticare il post-operatorio. Nel Lazio abbiamo una rete di eccellenza, costituita da 16 centri di senologia su tutto il territorio regionale. Stiamo investendo moltissimo sulla prevenzione, sensibilizzando e informando le donne sulla necessità di fare la mammografia: nel 2023 abbiamo raggiunto il 98% della popolazione target. Ringrazio il Commissario Straordinario Quintavalle e la Fondazione IncontraDonna per la realizzazione della II edizione di questa bella iniziativa”.

“Nei diversi percorsi terapeutici stiamo assistendo a un’evoluzione nella quale la paziente è sempre più coinvolta – sottolineano Andrea Botticelli e Leopoldo Costarelli Responsabili Scientifici del Convegno Cur A.R.T.E. -. Il carcinoma mammario è una patologia complessa in quanto incide direttamente anche sulla percezione corporea e sulla sessualità. La paziente deve poter essere in grado di comprendere e scegliere attraverso una corretta comunicazione con il team che l’ha presa in carico. È importante far emergere i dubbi, i timori e le ansie perché questi possono aiutare gli specialisti a migliorare il loro approccio e offrire la giusta opzione terapeutica, alla giusta paziente e nel giusto momento della sua storia”. “Il tumore mammario è emblematico circa l’importanza dell’attuazione dei PDTA – sottolinea il prof. Saverio Cinieri, Presidente Fondazione AIOM/Associazione Italiana di Oncologia Medica -. Come avviene, nel nostro Paese, per altre malattie neoplastiche l’assistenza medico-sanitaria risulta molto frammentata e diversificata. È invece un diritto imprescindibile di ogni paziente ricevere sempre le migliori cure e trattamenti possibili. È una malattia che presenta una grande diffusione, ma che viene sconfitta da un numero crescente di pazienti”.

“Mettiamo da parte la retorica bellica, la paziente non è un guerriero – sostiene la prof.ssa Antonella Campana, Patient Advocate di Fondazione IncontraDonna- e poniamo l’attenzione sulla qualità della vita di chi incontra il cancro: sono tanti i fattori su cui intervenire per migliorarla; poter contare su un’equipe multidisciplinare in strutture ben organizzate rappresenta già un passo molto importante nel percorso di cura, ma lo è anche la partecipazione attiva e consapevole delle pazienti stesse a tale percorso. Per questo IncontraDonna crede nella formazione di pazienti e di caregiver, faremo crescere Cur A.R.T.E. per far sì che una paziente informata e formata possa diventare protagonista attiva del proprio percorso di cura”.

L’evento è aperto al pubblico e benvenuti sono pazienti e caregiver. “Registi” dei PDTA presentati nelle due sessioni sono i professori Saverio Cinieri, Presidente Fondazione AIOM e Fabio Puglisi, Direttore Dipartimento di Oncologia Medica, IRCCS Centro di Riferimento Oncologico di Aviano. Nella faculty del convegno anche Roy De Vita, Direttore UOC Chirurgia Plastica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Roma e Paolo Marchetti, Direttore Scientifico dell’IDI-IRCCS di Roma.

Cur A.R.T.E. Ascolto, Rete, Transdisciplinarità, Empatia è reso possibile grazie al contributo non condizionante di alcune aziende, tra cui Menarini Stemline per la parte non ECM dedicata a pazienti e caregiver e Fujifilm per la parte ECM.
10 Giugno 2024

Covid, per FDA serve un nuovo vaccino contro la variante JN.1

10 giugno 2024 – Il comitato di esperti della Food and Drug Administration ha votato a favore di una nuova formulazione del vaccino anti Covid che miri a proteggere contro la mutazione JN.1. E’ stato unanime il voto degli esperti, che dovrà essere confermato dall’unanimità dai componenti della Fda. Per la terza volta dunque dal 2022 la vaccinazione anti Covid verra’ aggiornata: l’ultima versione era progettata contro la variante XBB.1.5.

Il vaccino per la stagione 2024-25 dovrebbe essere disponibile a inizio autunno negli Stati Uniti, in una formulazione monovalente. Al momento però JN.1 non è più la mutazione predominante negli Stati Uniti, mentre sono in continuo aumento sono le sotto-varianti KP.2 e KP.3. I produttori dei vaccini hanno però fatto sapere alla Fda che un nuovo vaccino contro la variante JN.1 appare funzionare anche contro altre mutazioni provenienti dalla stessa variante ‘madre’. Un rappresentante di Moderna – riportano i media Usa – ha detto al comitato che “gli ultimi dati suggeriscono che il vaccino contro JN.1 proteggerebbe anche KP.2, KP.3 “. “E’ che molto difficile prevedere in che direzione andra’ il virus ma, dovendo scegliere, puntare su JN.1 appare l’opzione appropriata”, ha commentato, Sarah Meyer, membro del comitato della Fda dopo il voto.

6 Giugno 2024

Studio: social media utili per prevenzione e diagnosi precoce

6 giugno 2024 – I social media possono diventare un mezzo per promuovere la salute e la prevenzione: in alcuni casi i post su Instagram o i video su TikTok possono perfino aiutare a scoprire una malattia o un tumore. Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Acta Dermato-Venereologica da un team della Scuola di Specializzazione in Dermatologia e Venereologia dell’Università di Padova diretta da Anna Belloni Fortina.

La ricerca è stata condotta sottoponendo a un questionario online 852 persone tra i 19 e i 64 anni, con una età media di circa 27 anni, e per gran parte di sesso femminile (79%). La maggior parte dei partecipanti (quasi il 99%) risiedeva in Italia ed era equamente distribuita tra le regioni del Nord e del Sud; circa un terzo del campione era affetto da problemi dermatologici. Nove partecipanti su dieci hanno ritenuto utile la diffusione di contenuti dermatologici relativi alla salute a scopo preventivo attraverso i social media. Il 13% degli intervistati ha dichiarato di essersi sottoposto a una visita dermatologica dopo essere stato esposto a contenuti di prevenzione dermatologica sui social media; in questo sottogruppo, 25 soggetti hanno dichiarato di aver ricevuto una diagnosi di patologia dermatologica e due in particolare hanno specificato di aver ricevuto una diagnosi di cancro della pelle. Inoltre, il 14% dei soggetti ha dichiarato di volersi sottoporre a una visita dermatologica dopo essere stato esposto a contenuti di prevenzione sulle piattaforme sociali. La piattaforma più utilizzata è risultata essere Instagram, seguita da Facebook e TikTok. In particolare, Instagram appare come il social più ricco di contenuti relativi alla prevenzione delle malattie della pelle.

 

5 Giugno 2024

Trattamento del mieloma multiplo: l’Ematologia IRST con il dott. Claudio Cerchione presenta ad ASCO 2024 un approccio diagnostico IRST innovativo e personalizzato

Meldola (FC), 5 giugno 2024 – Nel diagnosticare il livello di gravità del mieloma multiplo, la combinazione di due tecnologie di imaging, PET-TC e Risonanza Magnetica Whole Body (WB-MRI), assicura una maggiore accuratezza rispetto all’uso di qualsiasi altra metodica. L’evidenza del valore di questa nuova strategia che potrebbe tradursi in trattamenti più precoci, sia in caso di prima diagnosi sia nei casi di ricomparsa della malattia, arriva da uno studio condotto in IRST “Dino Amadori” IRCCS (Meldola, FC) dalle strutture di Ematologia, Radiologia e Translational Hematology Unit. I risultati preliminari sono stati presentati in una comunicazione orale selezionata, tenutasi durante il più importante evento al Mondo di oncologia clinica, l’Annual meeting dell’American Society of Clinical Oncology – ASCO (Chicago, dal 31 maggio al 4 giugno).
Mentre la PET/TC (sigla che sta per Tomografia a Emissione di Positroni con Tomografia Computerizzata) è una tecnica che rileva l’attività metabolica delle cellule tumorali grazie all’utilizzo di radiofarmaci iniettati nel paziente, la Risonanza Magnetica Whole Body (WB-MRI) non utilizza radiazioni ma campi magnetici per ottenere scansioni dettagliate di tutto il corpo. Entrambe le tecniche sono utilizzate per diagnosticare il mieloma multiplo in quanto in grado di rilevare le lesioni ossee prodotte da questo tumore del sangue. Anticipare il più possibile l’identificazione di questi danni prima che compaiano sintomi che possono essere anche molto gravi, rappresenta un obiettivo primario per l’ematologia.
Lo studio presentato ad ASCO 2024 ha visto coinvolti 73 pazienti dell’IRST con diagnosi di mieloma di differente grado. Spiega l’ematologo IRST, Claudio Cerchione, primo autore dello studio: “su ciascun paziente abbiamo eseguito sia la Risonanza Whole Body sia la PET/TC con il radiofarmaco FDG. Il confronto tra i risultati ha mostrato una discordanza del 25%, con un più alto livello di accuratezza della Risonanza. Seppur preliminari, questi dati supportano la proposta d’integrazione delle due tecnologie così da poter definire con maggior precisione il livello di gravità della malattia e, così, migliorare la gestione delle cure”.
L’Ematologia IRST conferma il proprio ruolo di riferimento nel panorama scientifico; grazie ad una equipe altamente specializzata, ad un approccio multidisciplinare e all’entusiasmo delle e dei professionisti coordinati dal dott. Gerardo Musuraca – commenta il dott. Nicola Normanno, Direttore Scientifico IRST – stiamo raggiungendo traguardi importanti per i nostri pazienti. La possibilità di essere selezionati per un’oral presentation al meeting ASCO, ne è la più diretta dimostrazione.
Lo studio è frutto anche dell’organizzazione interna della nostra Struttura, basata su team dedicati alle singole patologie ematologiche – puntualizza il dott. Gerardo Musuraca, direttore dell’Ematologia IRST –. Fortissime sono la multidisciplinarietà e la connessione con la componente che si occupa di ricerca biologica e molecolare. L’obiettivo del progetto IRST coordinato dal dott. Cerchione è, infatti, utilizzare le conoscenze biologiche che stiamo raccogliendo sui pazienti con mieloma contemporaneamente ai dati radiologici, andando a completare i profili di rischio radiologico dei pazienti stessi, in quello che sarà alla fine un approccio multi-livello per cure sempre più mirate e personalizzate.
Lo studio “Exploring the role of the combination of FDG PET plus whole body MRI for staging newly diagnosed and relapsed/refractory multiple myeloma: a prospective trial” è stato condotto in IRST IRCCS dagli ematologi Claudio Cerchione (coordinatore gruppo Mieloma Multiplo CCCRN Romagna), Delia Cangini, Michela Ceccolini, Davide Nappi, Sonia Ronconi, dai radiologi IRST Alice Rossi e Andrea Prochowski Iamurri, dai biologi Matteo Marchesini e Giorgia Simonetti (Coordinatrice Translational Hematology), da Federica Matteucci (Direttrice Medicina nucleare Romagna), Gerardo Musuraca (Direttore Ematologia IRST) e Giovanni Martinelli (Università di Bologna).
4 Giugno 2024

Tumore al seno triplo negativo: ogni anno in Italia 8.300 nuovi casi

4, giugno 2024 – Dal Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) arrivano nuove ed importanti evidenze scientifiche sull’utilizzo dell’immunoterapia nel tumore del seno. Un anticorpo monoclonale (avelumab) dopo l’intervento chirurgico ha dimostrato di ridurre del 34% il rischio di morte nelle pazienti con carcinoma mammario triplo negativo precoce ad alto rischio di malattia metastatica. La terapia ha infatti diminuito del 30% lo sviluppo di metastasi a distanza (polmone-fegato-cervello). Sono questi i due principali dati emersi dal trail clinico A-BRAVE che è stato presentato, ieri a Chicago, durante la penultima giornata del Congresso della Società Scientifica statunitense. Lo studio accademico, indipendente ed internazionale è stato coordinato dall’Università di Padova. E’ il primo in assoluto a livello mondiale che ha preso in considerazione l’immunoterapia, dopo il ricorso alla chemioterapia neo-adiuvante. Ha visto la partecipazione di 60 centri oncologi italiani (tra cui lo IOV di Padova) più altre 6 strutture sanitarie inglesi. In totale sono state coinvolte 477 pazienti. “Il carcinoma mammario triplo negativo rappresenta il 15% del totale delle diagnosi e si registrano in Italia 8.300 nuovi casi l’anno – sostiene Pier Franco Conte, professore ordinario all’Università di Padova, Direttore Scientifico dell’IRCCS San Camillo di Venezia e coordinatore dello studio A-BRAVE -. Le donne che abbiamo reclutato presentavano un tumore precoce ad alto rischio e oltre l’80% di loro aveva un residuo di malattia dopo un primo trattamento di chemioterapia neo-adiuvante. Abbiamo perciò valutato l’utilizzo del farmaco avelumab come terapia adiuvante, utilizzata cioè dopo l’intervento chirurgico. Le pazienti sono state divise in due gruppi omogeni e le prime hanno seguito per un anno la terapia con avelumab, somministrata per via endovenosa ogni 15 giorni. Per le seconde invece abbiamo solo svolto dei controlli periodici di follow up. Sono stati ottenuti buoni risultati, in particolare la sopravvivenza globale a 3 anni è stata maggiore del 8,5% nel gruppo delle donne trattate, rispetto a quelle del gruppo di controllo. La nuova terapia è poi risultata generalmente ben tollerata. Sono state, infatti, riscontrate poche tossicità e in oltre il 70% dei casi il trattamento è stato concluso senza nessun problema”.

“Lo studio A-BRAVE è la nuova dimostrazione di come stiamo ampliando l’armamentario terapeutico contro il tumore più diffuso in Italia e in molti altri Paesi Occidentali – conclude il prof. Conte -. L’immunoterapia si conferma una nuova ed estremamente interessante prospettiva, anche per la gestione dei casi più gravi di carcinoma mammario. E’ già stato approvato un altro farmaco immunoterapico sia come terapia neoadiuvante che in post- neoadiuvante. Attendiamo nuove ricerche cliniche per valutare le ulteriori potenzialità dell’anticorpo monoclonale”.

3 Giugno 2024

Tumore del seno, biopsia liquida vede recidive anni prima

3 giugno 2024 – La biopsia liquida – un’indagine che, attraverso un semplice prelievo di sangue, permette di rilevare e analizzare il Dna tumorale circolante (ctDna) o le cellule tumorali eventualmente circolanti nel sangue – sta diventando un’arma sempre più precisa, ed un’ultima, innovativa evoluzione del test ha dimostrato di poter prevedere la recidiva del cancro al seno, in pazienti ad alto rischio, mesi o addirittura anni prima che si verifichi una ricaduta. Un team di ricerca dell’Institute of Cancer Research di Londra ha infatti utilizzato una biopsia liquida ultrasensibile per rilevare la presenza di piccole quantità di Dna canceroso rimaste nel corpo dopo il trattamento per il cancro al seno in fase iniziale. I risultati dello studio sono stati presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso a Chicago. Campioni di sangue di 78 pazienti con diversi tipi di cancro al seno in fase iniziale sono stati sottoposti a screening per rilevare il Dna tumorale circolante. I campioni sono stati raccolti dalle donne al momento della diagnosi prima della terapia, dopo il secondo ciclo di chemioterapia, dopo l’intervento chirurgico e ogni tre mesi durante il follow-up per il primo anno. Poi, i campioni sono stati raccolti ogni sei mesi per i successivi cinque anni. I risultati hanno mostrato che il rilevamento del ctDna era associato a un alto rischio di recidiva futura e ad una sopravvivenza globale più scarsa. La malattia molecolare residua è stata rilevata in tutti gli 11 pazienti che hanno poi avuto recidive. La sopravvivenza mediana per i pazienti con rilevamento del ctDna è stata di 62 mesi.

Le cellule del cancro al seno “possono rimanere nel corpo dopo l’intervento chirurgico e altri trattamenti, ma possono essere così poche da non essere rilevabili. Queste cellule possono causare ricadute nelle pazienti affette da cancro al seno molti anni dopo il trattamento iniziale. Gli esami del sangue ultrasensibili potrebbero offrire un approccio migliore per il monitoraggio a lungo termine dei pazienti il cui cancro è ad alto rischio di recidiva”, sottolinea il primo autore dello studio Isaac Garcia-Murillas. La biopsia liquida rappresenta una nuova opportunità anche per una particolare categoria di pazienti con tumore al seno, ovvero quelle con un tumore al seno metastatico caratterizzato dalla mutazione genica Esr1 e che non rispondono più alle terapie standard: “Il test è in grado di rilevare e analizzare le cellule tumorali circolanti e, se fosse confermata la mutazione genica Esr1, queste pazienti possono beneficiare di un farmaco mirato, elacestrant, che è in corso di approvazione da parte di Aifa ma cui le pazienti possono già accedere grazie ad un programma di accesso privilegiato promosso dall’azienda produttrice”, afferma il presidente di Fondazione Aiom (Associazione italiana di oncologa medica) Saverio Cinieri. Ma la biopsia liquida, aggiunge il presidente eletto Aiom, Massimo Di Maio, “può anche portare grandi risparmi al Ssn, dal momento che solo i pazienti risultati positivi vanno poi indirizzati verso ulteriori cure ed esami”. Ad oggi, gli utilizzi della biopsia liquida, validati in pratica clinica, sono ancora limitati. Il primo impiego ha riguardato il tumore del polmone non a piccole cellule avanzato, per la valutazione dello stato mutazionale del gene Egfr, quindi come fattore predittivo di risposta alle terapie mirate. Le applicazioni cliniche emergenti di questa procedura riguardano soprattutto i tumori del colon-retto, della mammella, della prostata e il melanoma nella forma avanzata.